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Cortesforza, Italia
(too old to reply)
f***@katamail.com
2009-06-03 16:08:15 UTC
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Quando, nel 2004, venne pubblicato Pausa Caffè, titolo che segnò
l’esordio di Giorgio Falco, furono in molti a salutarlo con
l’entusiasmo della sorpresa e con la meraviglia che si prova al
cospetto di una scoperta felice. Ebbe particolare eco, allora, una
favorevolissima recensione firmata Aldo Nove che dalle colonne di
Tuttolibri parlò di «nuovo poeta epico del mondo del lavoro
precario», intendendo così sottolineare il potere evocativo di una
scrittura capace di partire dalle zone marginali di una realtà
vicina per approdare a nuove forme, altri simboli, zigzaganti e
instabili, ma universali. Marginalità, spazi a latere, luoghi
angusti e miserrimi che nel caso di Falco erano attinti dal mondo del
lavoro di oggi, un mondo popolato da personaggi completamente arresi
al potere spersonificante della propria professionalità labile e
precaria, e contro le cui aberrazioni si faceva strada
l’impossibilità di opporre vere alternative esistenziali.
Lavoratori temporanei, a progetto, a termine, un’umanità giovane
ma vinta in partenza, inconsapevolmente becera, che si bruciava il
cervello spalmando le ultime sinapsi in monologhi autistici,
autoreferenziali, desolatamente tristi. Rassegna spietata di figure
umane ridotte a sagome grottesche, Pausa Caffé trovava linfa
narrativa proprio nella frammentazione, nella potenza dei tanti, più
o meno brevi, quadretti dentro cui gli ingredienti di questo universo
fatto di jingles, cartelloni pubblicitari, promozioni telefoniche,
comizi e riunioni aziendali si confondevano fra loro in un magma
(corale e al tempo stesso solipsista, egotico) opprimente,
restituendo al lettore l’affresco, purtroppo credibilissimo, di una
contemporaneità oscena. A distanza di cinque anni da quella prima
prova esce oggi L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero,
pp.150, euro 16), decisamente meno ingombrante del suo predecessore
(che contava ben 350 pagine), e che forse anche grazie alla maggior
brevità risulta più fulmineo, crudo, carico di potenza offensiva.
Sempre alienati e persi, gli insetti tristi di Falco sembrano ora
aver messo da parte per qualche momento la dimensione del marasma
urlante per trasferirsi dentro tracciati più lineari, organici,
ovvero i confini di un luogo immaginario situato alla periferia di
Milano, piccolo microcosmo parallelo che porta un nome ridicolo e
austero: Cortesforza. E’ qui, tra le mura sedate di composte
villette a schiera, che si consumano i loro perscrutabilissimi
destini ricamati intorno a questi nove racconti splendidi, feroci e
senza allegria. Divise tra il desiderio di fuggire in qualche modo e
la certezza di non possedere nemmeno l’ombra delle carte necessarie
a riuscirci, le anime morte di Falco provano comunque a immaginarsi
un’alternativa, fittizia magari, falsa e scadente come l’erba dei
loro giardinetti, come il cartongesso vuoto degli appartamenti che
abitano; hanno imparato un poco alla volta che aspirare alla
felicità non si può più, e che è già un buon risultato spartire
i giorni che restano da vivere con disperazioni sommesse e timide
tragedie, e barattare l’esasperazione della sconfitta con follie
silenziose, non compromettenti. L’occhio entomologico di Falco ha
quindi deciso di cambiare la visuale spostandosi dalle schizofreniche
agitazioni della routine lavorativa agli arti addormentati che tornano
a casa con gli occhi e i cuori spenti. Cuori che impietosiscono, e in
fondo commuovono, perché nelle loro pulsazioni sempre più tenui
riconosciamo le nostre, e quelle di chi ci sta attorno; il ritratto,
insomma, di un mondo che ci immortala per come almeno in parte siamo
diventati (stiamo diventando) oggi: degli spossati, ignavi e tragici
nullatenenti.

Ade Zeno da l'Altro 27-05-2009


Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, pp.150, Einaudi Stile Libero € 16





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